Alla Leopolda dell’Expo in scena il made in Italy che rischia di sparire

Hangar Bicocca, zona nord di Milano. Nei capannoni della ex Ansaldo-Breda cui la Pirelli ha ridato una seconda vita trasformandoli in location per mostre d’arte ed eventi mondani, si è svolta la Leopolda ell’Expo. Il premier Matteo Renzi ha mobilitato mezzo governo per alimentare di contenuti e dare spessore all’esposizione universale dedicata all’alimentazione. Mancano poco più di 70 giorni all’apertura dei cancelli e finora si è parlato soprattutto di scandali, appalti truccati, scontri politici fra istituzioni coinvolte, soldi che mancano e cantieri in ritardo. Non c’è male come biglietto da visita per una città e un Paese che si vogliono presentare al mondo come i depositari del modello di sviluppo agroalimentare vincente. Così ieri è andata in scena a Milano la Leopolda dell’Expo, una via di mezzo fra un pensatoio social-politico-culturale e una kermesse hollywoodiana. Con l’inevitabile vena di annuncite nel migliore stile renziano.

Il tema era comunque succulento. Il ministro delle Politiche Agricole con delega all’Expo, Maurizio Martina, aveva annunciato che al centro dei lavori ci sarebbe stata la Carta di Milano, un manifesto destinato a impegnare tutti i 144 Paesi partecipanti  nella missione dell’esposizione universale: nutrire il pianeta. Gli esponenti della politica che si succedono durante la giornata sono numerosi. E tutti di primo piano: il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, il presidente dell’Associazione comuni d’Italia Piero Fassino, il ministro della Giustizia Andrea Orlando, quello dell’ambiente Gian Luca Galletti, Maurizo Lupi, titolare dei trasporti, Maria Elena Boschi (nella foto del post con Martina), super ministra delle Riforme e custode massima del verbo renziano, il governatore della Lombardia Roberto Maroni.

Scende in campo l’industria

Vi faccio grazia del resoconto di quanto hanno detto. E mi limito a raccontare  quel che ritengo importante sul tema di giornata. Sono quasi le 11 di una mattinata di febbraio fredda e piovigginosa. Già ai cancelli dell’Hangar Bicocca capisco che l’occasione non è delle solite. Un gruppo di addetti alla sicurezza, sotto l’occhio vigile di alcuni agenti della Digos, mi chiede di mostrare la lettera di accredito. Arrivo giusto in tempo per seguire la fine della conferenza stampa di Roberto Moncalvo, presidente della Coldiretti che introduce più di un dubbio sull’operazione «Expo delle idee». «Per ogni euro speso dai consumatori italiani per acquistare alimenti», spiega, «appena 15 centesimi arrivano nelle tasche degli agricoltori. E tuttora la metà della spesa è anonima». Non si capisce cioè, leggendo l’etichetta, da dove arrivino gli ingredienti di quel che portiamo a tavola né dove siano stati confezionati i prodotti. Fuori gli agricoltori è il turno dell’industria. Il numero uno di Federalimentare Luigi Scordamaglia e il presidente della Fiera di Parma Gian Domenico Auricchio vanno al cuore del problema, visto che il loro intervento s’intitola Il modello alimentare italiano per nutrire il pianeta, tra innovazione e sostenibilità. Illuminante quel che dice Auricchio: 

Il segreto del modello alimentare italiano è rintracciabile nella lunga storia dei produttori, nelle loro tradizioni, nella loro capacità di scegliere le materie prime e di lavorarle. Quindi la storia delle aziende alimentari è il miglior manifesto di questa unica expertise, che intendiamo condividere col pianeta. Ai visitatori che arrivano da ogni continente vanno illustrati e spiegati i piatti e i prodotti del food made in Italy. Va spiegato come l’alimentazione del Belpaese equivalga a gusto, capacità nutrizionali, sicurezza alimentare. E come questo contributo sia inimitabile e quanto siano fallaci, oltre che illegali, contraffazione e italian sounding. In certi Paesi, come gli Stati Uniti, i finti prodotti italiani rappresentano il 90%…

A questo punto non resisto e gli domando come la metta con un altro Auricchio, per la precisione Errico, il cugino, che nel Wisconsin produce le imitazioni di tutti i più noti formaggi della tradizione italiana (ecco il post che ho pubblicato sulla vicenda). Dopo una lunga dissertazione sui massini sistemi dell’industria alimentare mondiale finalmente Gian Domenico confessa: «Guardi, il tema dell’origine interessa soltanto a noi italiani e un po’ ai francesi…». Come dire: rassegniamoci!

Le filiere cominciano nello stabilimento

Vale la pena di notare che l’industria, il cui padiglione all’Expo – battezzato Cibus è Italia, dal nome della fiera che si svolge a Parma – presenterà le 12 principali filiere agroalimentari made in Italy, ma non parla di origine. Il modello Italia inizia dagli stabilimenti di produzione. Quel che c’è prima non interessa, alla faccia della sostenibilità. Semmai è decisiva la capacità delle industrie di «scegliere le materie prime e di lavorarle». Non importa da dove arrivino né se siano italiane. Per chi vuole raccontare le filiere che rendono unici i nostri cibi è un pessimo inizio. Non c’è che dire…

I tavoli tematici all'Expo delle idee

I tavoli tematici all’Expo delle idee

Chiusa la conferenza Federalimentare, non resta che aspettare le 14,45 quando Martina declamerà la Carta di Milano. Approfitto per capire cosa accada nel resto dell’Hangar. E mi avventuro nello sconfinato Salone delle Torri. Supero una fila lunghissima di persone in attesa di accedere al sontuoso buffet offerto, e raggiungo un cordone di addetti alla sicurezza oltre il quale sono i 42 tavoli tematici a cui siedono i 400 esperti incaricati di fornire gli spunti per la Carta di Milano. Produttori, industria, l’immancabile «società civile», associazioni, terzo settore. C’è un po’ di tutto, come racconterà Martina più tardi. Scopro però che i giornalisti non sono ammessi a quest’area. Il pensatoio convocato all’Expo delle idee non può neppure essere sfiorato, come ha documentato anche Fabio Volo, inviato molto speciale della trasmissione di Fabio Fazio Che fuori tempo che fa. Non  mi perdo d’animo e approfittando dell’interesse di uno degli addetti alla sicurezza per la minigonna vertiginosa di una standista vestita di blu elettrico, sguscio oltre il cordone e faccio una scoperta illuminante per l’intera giornata… Parlo con un paio di amici, due vecchi lupi di mare del settore: il lavoro dei tavoli tematici si riassume in un giro durante il quale i coordinatori, in tutto quarantadue come i tavoli, raccolgono i pareri dei presenti. Cinque minuti ciascuno. «Ma non c’è il tempo di approfondire nulla», confessa uno di loro, «non so cosa potrà uscirne di utile per la Carta di Milano». «Questa operazione andava organizzata due anni fa», dice un altro, «ora non c’è il tempo per fare un lavoro serio». Il tempo per scattare qualche foto con il cellulare, prima che un addetto alla sicurezza si accorga della mia presenza nell’area interdetta alla stampa e mi accompagni , gentilmente, all’uscita. Su quel che accade ai tavoli e soprattutto sulle proposte espresse, segreto più assoluto. Acqua in bocca.

Acrobati, nani e ballerine

Mentre aspetto la conferenza stampa di Martina mi perdo a seguire gli interventi proiettati sui maxischermi. Dopo quello di Papa Francesco (registrato, naturalmente) si alternano Paolo Barilla, Pupi Avati, l’ex procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli, Umberto Veronesi che intona il solito, immancabile, peana per la dieta vegetariana, Federica Mogherini, più pallida e inconcludente che mai, l’ex presidente brasiliano Inacio Lula Da Silva. C’è un sussulto, fra il pubblico, quando tocca a Carlin Petrini, il fondatore di Slow Food, che tuona contro la «iattura del libero mercato». Né possono mancare i protagonisti dello show cooking televisivo, Gianfranco Vissani e Carlo Cracco, seduti ai tavoli tematici.

Il tempo passa e finalmente, dopo una conferenza del viceministro degli Esteri Lapo Pistelli che ascolto senza ricordarne i contenuti, tanto sono sconvolgenti, è la volta della Carta di Milano. Dietro al tavolo dei relatori si allineano Martina, la Boschi, Salvatore VecaMassimiliano Tarantino, rispettivamente presidente e direttore esecutivo del Laboratorio Expo. Questi ultimi non sono li per caso: spetterà al Lab Expo tirare le fila del lavoro svolto ai tavoli tematici e scrivere la Carta di Milano. Ed è proprio Veca, filosofo e storico presidente della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, a fornire la chiave interpretativa di quel che sarà la Carta:

Si svilupperà su quattro percorsi tematici: sostenibilità, cultura del cibo, agricoltura alimenti e salute, urbanizzazione e futuro delle città. Verranno affrontati da 42 tavoli tematici che saranno a loro volta coordinati da un nostro borsista, che redigerà una sorta di verbale delle sedute

Il percorso del manifesto è già segnato: il 29 aprile, due giorni prima dell’apertura dei cancelli di Expo, sarò presentato urbi et orbi. I primi a cui sarà proposta la sottoscrizione della Carta saranno i 144 Paesi partecipanti all’esposizione, poi verrà il resto del mondo. Stante l’obiettivo ultimo di «nutrire il pianeta» Tarantino la spiega così:

La Carta sarà una bussola per capire dove andare. Individuerà le priorità per un mondo più sostenibile in riferimento a quattro cluster: cittadini, imprese, istituzioni e corpi intermedi, cioè associazioni e partiti. La carta sarà composta di tre grandi sezioni: la prima sarà un manifesto, un preambolo comprensibile da tutti; il corpo centrale sarà dedicato ai diritti, come quello al cibo, alla consapevolezza e agli impegni; il terzo ai documenti originali e internazionali dedicati al mondo alimentare e alla sostenibilità, una sorta di biblioteca completa su questi temi.

Infine Martina rassicura che «non stiamo partendo da zero: il Laboratorio Expo sta lavorando da tempo a questo percorso e noi dobbiamo ora rappresentarlo alla massima potenza».

Passerella per premier e ministri

Alla fine nessuno ha capito bene cosa conterrà la Carta che era per altro al centro dei lavori della giornata milanese. Forse ha avuto ragione l’assessore regionale lombardo all’Agricoltura Gianni Fava, che ha scelto di non esserci. «Siamo passati dall’Expo delle idee all’Expo delle banalità, forse utile per il premier e qualche ministro», ha commentato, «io ho scelto di non andare perché il dibattito che è andato in scena all’Hangar Bicocca rischia di portarci molto lontano rispetto agli obiettivi che ci eravamo dati. Se il tutto è una passerella per il premier e qualche ministro, senza che si possa entrare nel merito dei contenuti veri, credo che il mio contributo non serva».

Già, dimenticavo, a concludere i lavori è stato proprio Renzi che ha parlato del 2015 come «anno felix in cui l’Italia tornerà a correre». L’Expo? «Sarà la cartina di tornasole delle nostre ambizioni».

E mentre nella Sala delle Torri si spengono le luci mi assale un dubbio. Perché nessuno ha parlato della crisi che ha colpito le filiere che hanno contribuito a rendere grande il made in Italy alimentare nel mondo? Perché nessuno ha detto che stanno disintegrandosi? Venerdì sono scesi in piazza gli allevatori strangolati dall’industria che arriva a offrire 20 centesimi per un litro di latte, insufficienti per pagare il mangime delle mucche. Ma non va meglio alla carne e ai salumi, per non parlare di pasta, riso e olio extravergine. Anziché offrirlo al mondo, rischiamo semmai di doverci chiedere se e per quanto tempo il modello italiano possa stare ancora in piedi.

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