Il caso Barilla: fa la pasta in giro per il mondo e vuole l’etichetta made in Italy

Dopo aver delocalizzato la produzione in otto Paesi, Paolo Barilla chiede lo Stellone tricolore anche per i maccheroni prodotti lontano dall’Italia

Strano caso quello della Barilla: da un lato sta facendo un ottimo lavoro con il marchio Voiello, sotto il quale produce pasta italiana al 100%, ottenuta dal grano Aureo. Dall’altro domanda il marchio made in Italy pure per i maccheroni prodotti in giro per il mondo. La richiesta arriva da Paolo Barilla, numero due dell’omonimo gruppo pastaio. Alla presentazione dell’Unione italiana food, nata dalla fusione fra Aidepi (pasta e prodotti da forno) con Aiipa (caffè, cioccolato e salse), Barilla  – che presiede la nuova organizzazione industriale – ha lanciato un messaggio chiaro al ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda: lo Stellone made in Italy, il logo ufficiale destinato a identificare i prodotti italiani dalle imitazioni fatte all’estero, rischia di penalizzare le aziende che hanno investito all’estero e «producono all’italiana». 

Nelle intenzioni di Calenda, lo Stellone, chiamato così per la la grafica a forma di stella repubblicana che campeggia sul tricolore, è destinato a diventare il logo distintivo e unico di cui possono fregiarsi i prodotti fatti in Italia. E già qui sorgono i primi dubbi. Fatti in Italia, ma con quali materie prime? Nazionali oppure importate? Dalla risposta a questi interrogativi dipende il futuro di molte filiere produttive che portano dal campo (o dalla stalla) alle nostre tavole. Se lo Stellone tricolore dovesse finire anche su alimenti confezionati a partire da ingredienti stranieri, chi comprerebbe più i nostri, sicuramente più cari anche se di migliore qualità?

Paolo Barilla

In realtà, per Barilla l’asticella andrebbe abbassata ulteriormente. Lo Stellone se lo meritano perfino i cibi che le nostre imprese producono all’estero. Naturalmente con materie prime straniere, perché soltanto un pazzo potrebbe pensare di farle arrivare dall’Italia, con quel che costano. «Lo Stellone può aiutare a sconfiggere l’italian sounding», ha dichiarato Barilla al Sole 24 Ore, «ma il sistema industriale è fatto sia di aziende che operano in Italia sia di altre presenti in Italia e all’estero. Sarebbe strano che io che pago le tasse in Italia venga poi indicato come cittadino di serie B quando produco all’estero. Sono anch’io italiano e produco all’italiana».

Dunque, basta il nome e la ricetta e un qualunque alimento, si tratti di pasta, formaggi, salumi, perfino vino, diventa made in Italy. Fatto in Italia. Anche se è prodotto a migliaia di chilometri dal Belpaese.

D’altronde Barilla è decisamente esperto in materia visto che ha delocalizzato la produzione di pasta in 8 Paesi diversi: Stati Uniti, Messico, Francia, Russia, Grecia, Turchia, Germania e Svezia. Su 21 stabilimenti ben 14 sono all’estero. Negli States ne ha due, uno ad Ames (Iowa) e l’altro ad Avon (New York). Sempre al di là dell’Atlantico c’è quello di San Luis Potosí, capoluogo dell’omonimo stato messicano.  Di recente ha aperto un pastificio a Solnechnogorsk, 50 chilometri a nord di Mosca, dove lavorano 434 dipendenti. In Francia gli stabilimenti sono ben 6: Châteauroux, 250 chilometri a sud di Parigi, Montierchaume, Talmont-Saint-Hilaire in Vandea,  Saint-Vulbas (nella regione Rodano Alpi), Onnaing verso il confine col Belgio, Gauchy in Piccardia. Due impianti si trovano in Grecia, a Volos (Tessaglia) e ad Atene. In Turchia, a Bolu (Mar Nero) è situato un pastificio con annesso mulino, impianto simile a quello che si trova a Celle, che non è quella ligure ma in Bassa Sassonia. Nel nord Europa, poi, c’è anche Filipstad (Svezia).

Incidentalmente Barilla non corre alcun rischio con i dazi che il presidente americano Donald Trump vuole imporre all’Europa. La pasta che esce dagli impianti di Ames e Avon è americanissima, fatta con materie prime locali, sul suolo degli States e con manodopera statunitense. E dunque è al riparo da qualunque tariffa doganale possa imporre la Casa Bianca al resto del mondo.

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