Dop e Igp sotto attacco: l’industria vuole cancellare i piccoli consorzi

Non bastava l’attacco delle multinazionali americane che dietro lo scudo del Trattato transatlantico di libero scambio, il TTIP, vogliono scardinare il sistema delle nostre indicazioni geografiche. Ora arriva pure la bomba atomica dell’Assica. Il presidente della Confindustria delle carni e dei salumi, Lisa Ferrarini, ha invocato una revisione per l’intero settore delle Dop e delle Igp. Secondo l’Assica se si escludono le prime dieci denominazioni, inclusi Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Prosciutto di Parma, San Daniele e Gorgonzola, le altre hanno un «fatturato minimo» che non supera i 4,6  milioni di euro per la singola denominazione. «La sensazione», ha dichiarato la Ferrarini durante un convegno dedicato a made in Italy e produzioni tipiche, «è che questi prodotti senza il sostegno pubblico non riescano a vivere. E considerato che sono assoggettati al complesso sistema di controlli pubblici senza contare gli investimenti per la tutela, la vigilanza e le verifiche del rispetto dei disciplinari di produzione comportano spesso costi maggiori del valore aggiunto che riescono a creare. È arrivato il momento di aprire una riflessione, fissando magari una soglia di fatturato sotto la quale non sia consentito scendere».

Il paradosso è che la tutela garantita dall’ombrello comunitario delle denominazioni d’origine, serve di più proprio ai piccoli consorzi, visto che i colossi come Grana Padano & C. riescono a difendersi egregiamente da soli.

E poi come la mettiamo con la biodiversità? Il sistema fatto da Dop e Igp ha anche l’obiettivo di preservare  specialità radicate nella cultura dei territori che le producono, altrimenti destinati a sparire. La dimensione strettamente alimentare si intreccia con quella antropologica e culturale delle comunità dove per storia e tradizione sono nati i nostri prodotti tipici.

Una mossa, quella dell’Assica, destinata a destrutturare l’intero sistema delle denominazioni, particolarmente inopportuna vaste le pressioni dei grandi taroccatori americani, che rivendicano il diritto di vendere pure in Europa (grazie al trattato TTIP) le imitazioni delle nostre Dop e Igp. Da loro considerate alla stregua di «nomi comuni». Illuminante in proposito la visita al portale Consortium for common food names.

Mai come in questi mesi il made in Italy, quello vero dico, è stato così in pericolo.

(nella foto gli Asparagi Dop di Bassano)

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