Dopo latte e formaggi pronta l’etichetta d’origine anche per la pasta

Il governo è al lavoro per introdurre l’indicazione di origine obbligatoria per grano e pasta, come è stato fatto di recente per latte, formaggi e yogurt. Ad annunciarlo  nientemeno che il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, nel corso del question time che si è svolto il 3 novembre 2016 alla Camera.  «Stiamo definendo con il ministro delle Politiche Agricole (che poi è Maurizio Martina, ndA) un processo analogo a quello per il latte, anche per la filiera del grano e della pasta».  Tombola! I maccheroni rimangono uno dei lati più oscuri nella spesa degli italiani. Con l’attenuante che un numero crescente di produttori utilizza solo frumento tricolore. E lo dichiara in etichetta. Sono oltre una quarantina i marchi italiani al 100 per cento. 

IL CASO BARILLA

Il più noto è sicuramente Voiello, della grande famiglia Barilla. Il gruppo di Parma ha introdotto per lo storico pastificio fondato nel 1879 a Torre Annunziata da Theodore von Wittel (italianizzato in Teodoro Voiello), una materia prima fatta esclusivamente dal grano Aureo,  varietà pregiata con un alto tenore proteico. Grazie ad accordi di filiera con i cerealicoltori – dapprima in Sicilia e più di recente in Puglia e Campania – Barilla si sta assicurando una quota crescente di materia prima completamente made in Italy.

IL TAM TAM DI PARMA

L’annuncio di Calenda non arriva del tutto inatteso. Il tam tam delle organizzazioni degli agricoltori riferiva da tempo di levoni-cibusmovimenti di truppe (governative) anche sul fronte della semola di grano duro e dei maccheroni. All’ultima edizione di Cibus, il salone internazionale dell’alimentazione che si è tenuto a Parma lo scorso maggio, l’amministratore delegato Antonio Cellie mi parlò di un nuovo atteggiamento. «Vedi», mi confidò nel mare di folla che gremiva i padiglioni del quartiere fieristico a Baganzola, «che l’aria è cambiata?». Stavamo passando davanti allo stand Levoni su cui campeggiava un enorme stendardo con il motto «Tutto made in Italy». 

Secondo Dario Dongo, avvocato e cofondatore de Il Fatto Alimentare, il provvedimento che il governo sta scrivendo ha due punti forti, riassumibili in altrettanti articoli della norma (che Dario ha anticipato su Foodagriculturerequirements). Eccoli. 

Indicazioni da riportare sull’etichetta della pasta
a) “origine del grano”: nome del paese in cui è stato coltivato il grano duro;
b) “origine della semola”: nome del paese in cui è stata ottenuta la semola;
Qualora le operazioni di cui sopra avvengano interamente  nello stesso paese, l’indicazione di origine può essere assolta con l’utilizzo della seguente dicitura: “grano duro e semola 100%”: nome del paese.

Indicazioni da riportare sull’etichetta della pasta in caso di grani coltivati o semole ottenute in più paesi
Qualora le operazioni di cui all’articolo precedente. lettere a) e b), avvengano nei territori di più paesi membri dell’Unione europea o situati al di fuori dell’Unione europea, per indicare il luogo in cui ciascuna singola operazione è stata effettuata, può essere utilizzata la seguente dicitura: «Paesi UE e non UE».

Ignoro a che punto sia la stesura del testo, destinato a seguire la trafila del provvedimento su latte e formaggi: una volta ultimato, lo schema di decreto va spedito a Bruxelles che ha l’ultima parola. Mentre per i prodotti lattiero caseari c’era la contrarietà del solito blocco di Paesi guidato dalla Germania (Olanda, Polonia, Slovenia e Danimarca), in questo caso non sono in gioco materie prime «comunitarie». La maggior parte del frumento duro importato arriva da Canada e Ucraina. 

LE DERIVE NAZIONALISTICHE

Semmai c’è il rischio che si muova l’industria italiana. Com’è accaduto per il latte, con la missione dell’ex capo dei giovani di Federalimentare, Francesco Divella, che ha incontrato a Bruxelles il commissario europeo all’Agricoltura Phil Hogan, cui ha chiesto l’impegno per «un quadro comunitario di regole uniformi che sappia superare le derive nazionalistiche». Un modo molto democristiano per dire che una parte dell’industria alimentare non vuole l’etichetta d’origine se si applica solo in Italia. Peccato che nel resto della Ue, ad eccezione della Francia, ci sia un fronte compatto che preme per il no. Tanto che non è escluso tuttora il ricorso di Berlino contro l’etichettatura trasparente dei prodotti lattiero caseari.

Dopo aver lasciato passare il decreto sui formaggi con il principio del silenzio assenso (e per questo la Germania si può anche appellare, mancando una risoluzione formale dell’Eurogoverno), la Commissione potrebbe aver qualcosa da ridire proprio sulla pasta. A quel punto, però, Calenda e soci (di governo) avrebbero buon gioco a giustificarsi con il sempreverde «io ci ho provato». Il confronto, comunque, è ancora apertissimo. E il finale tutto da scrivere.

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