Ecco cos’è e davvero il reddito di cittadinanza. Lo spiega Gianni Bocchieri

Parliamo del reddito di cittadinanza che ha sicuramente influito in maniera determinante sull’esito delle elezioni del 4 marzo. Ecco cosa recita il punto 13 del programma relativo al lavoro col quale il Movimento 5 Stelle si è presentato alle ultime Politiche:

Il reddito di cittadinanza è una misura attiva rivolta al cittadino al fine di reinserirlo nella vita sociale e lavorativa del paese. Garantisce la dignità dell’individuo e solleva il paese dalla profonda crisi occupazionale ed economica. Esso si configura come uno strumento di sostegno al reddito per i cittadini che versano in condizione di bisogno, l’ammontare dell’erogazione è stabilita in base alla soglia di povertà relativa calcolata sulla base del 60% del reddito mediano equivalente pro capite, calcolata sulla base dei parametri europei che definiscono la condizione di rischio di povertà. È inoltre intenzione del Movimento 5 stelle porre in essere, attraverso un rafforzamento delle strutture pubbliche di assistenza sociale, politiche di ascolto e aiuto alle persone in situazione di solitudine. L’ammontare è attualmente fissato sui 780 € mensili per persona singola e parametrato sulla base della scala OCSE modificata per nuclei familiari più numerosi. Alcune delle principali finalità di questo strumento sono quella di contrastare la povertà, la disuguaglianza e l’esclusione sociale, prevenire gli effetti della quarta rivoluzione industriale e sostenere l’acquisizione di competenze e l’inserimento lavorativo. All’interno della misura prevediamo anche la creazione di un Osservatorio nazionale sul mercato del lavoro.

Gianni Bocchieri

Ne discuto con Gianni Bocchieri, docente a contratto all’Università di Bergamo e direttore dell’assessorato Istruzione, formazione e Lavoro della Regione Lombardia e soprattutto uno dei pochi veri esperti di politiche attive.

Bocchieri, il testo non è chiaro. A leggere le prime righe sembrerebbe in effetti un reddito di reinserimento, ma poi si chiarisce che si tratta di uno «strumento di sostegno al reddito per i cittadini che versano in condizione di bisogno». Qual è, secondo lei, l’interpretazione corretta?

«A me sembra una furbesca narrazione di un intervento di politica attiva del lavoro: da una parte, si ammicca al riconoscimento di un sussidio universale a chiunque non abbia un reddito, mentre dall’altra parte, si accenna a confusi meccanismi di condizionalità per sanzionare chi rifiuta un’offerta di lavoro».

Dunque?

«Al momento, non mi pare che ci siano solidi elementi tecnici per poterne valutare l’impianto ed il suo funzionamento. È però criticabile l’idea di fondo, la proposta politica che non mette al centro dell’agenda il lavoro, quanto la mancanza di lavoro. Del resto, se come maître à penser si guarda al teorico dell’ozio creativo o se si recuperano vecchie idee del socialista francese Jospin sulla settimana corta, cercando di risolvere il problema della disoccupazione con la semplice ricetta del “lavorare meno per lavorare tutti”, non si potranno avanzare proposte serie e soprattutto praticabili. In questo scenario, più che una becera osservazione di un selvaggio liberista, mi sembra la semplice applicazione del principio di realtà la famosa affermazione di Milton Friedman secondo cui “se paghi la gente che non lavora e la tassi quando lavora, non esser sorpreso se produci disoccupazione”».

Come non essere d’accordo…

«Con me o con Friedman?».

Con tutti e due… E comunque, nel programma elettorale, non si parla nemmeno di condizionalità né di durata dell’erogazione, anche se Beppe Grillo sul suo blog (qui il link) scrive: «Dopo un massimo di 3 proposte rifiutate, il reddito non viene più erogato». A quale versione dobbiamo credere?

«Dopo la trance elettorale, credo che la proposta più realistica non possa che essere quella che condiziona il reddito di cittadinanza all’impegno, che si traduce in obbligo, di cercare attivamente un lavoro per uscire dallo stato di bisogno e a non rifiutarne più di tre. Altrimenti si tratterebbe di un sussidio di Stato che rischierebbe di rendere più conveniente non lavorare piuttosto che impegnarsi a cercare un’occupazione. D’altronde, questa sarebbe anche la proposta più in linea con il testo del Ddl presentato da Nuncia Catalfo, del Movimento 5 stelle, nella scorsa legislatura».

Ecco, appunto… Se si calcolasse la platea dei destinatari in base alla proposta della Catalfo, il costo per lo Stato sarebbe di 16,9 miliardi, che salirebbero fino a 30 secondo le stime di Istat e Inps. Mentre se fosse davvero quel che si definisce un «reddito di base» o basic income, riconosciuto universalmente a tutti gli italiani che non lavorino per il solo fatto di esistere, costerebbe parecchio. Circa 94 miliardi l’anno. Qual è l’ipotesi più realistica?

«Non si può effettuare una stima realistica senza un’idea precisa della platea dei potenziali beneficiari. Sicuramente non costerà meno di 20 miliardi all’anno con una spesa che dovrà essere garantita a regime con esiti incerti quanto alla sua capacità di aumentare la condizione di benessere del Paese. Ma non è finita qui, ci sarebbero due ulteriori considerazioni da fare quando si parla del reddito di cittadinanza…».

Facciamole…

«I comportamenti opportunistici di chi potrebbe preferire il sussidio alla ricerca di lavoro e l’azzardo morale di credere che questi comportamenti possano essere contrastati dai Centri per l’impiego, soprattutto se si tiene conto dello stato in cui versano dopo la riforma del Jobs Act. E la dimostrazione di una semplice ricerca attiva del lavoro attraverso una piattaforma informatica rischia di essere un mero adempimento anche per quelle persone che vorrebbero realmente essere aiutate a cercare un lavoro attraverso cui uscire dallo stato di bisogno».

Ha scritto che ridurre la vittoria dei Cinque Stelle al solo reddito di cittadinanza è riduttivo. In che senso?

«Sicuramente l’idea del reddito di cittadinanza è riuscita ad attirare il consenso di una buona parte dell’elettorato del Sud, come dimostra la distribuzione dei voti al Movimento 5 Stelle rispetto al Pil e allo stato di disoccupazione. Tuttavia, credo che sulla scelta degli elettori abbiano inciso anche altri fattori. Credo che il boom di voti del Movimento 5 Stelle sia riconducibile non solo alla pur indubbia capacità di parlare alla pancia del Paese e di interpretarne il malessere. Insomma, credo sia anche l’espressione dell’assenza di una classe dirigente capace».

Ma non sono pochi gli elettori che al Sud hanno votato M5S e che ora si aspettano davvero l’assegno di 780 euro al mese. Come la mettiamo?

«Abbiamo assistito a una campagna elettorale singolare quanto a evanescenza dei programmi contraddistinta dal continuo inseguimento delle proposte che più potessero attirare il consenso di questa o quella parte dell’elettorato, anche per ridurre il tasso di astensionismo. Ora, si tratterà di spiegare ai cittadini che il reddito di cittadinanza non è immediatamente operativo ma che richiede una serie di atti per essere attuato, a partire da una legge che dovrà essere approvata dal parlamento. Dopo anni di annunci e slide, non biasimo i cittadini che hanno creduto di poter chiedere il reddito di cittadinanza all’indomani delle elezioni».

Ma secondo lei, che è uno dei pochi veri esperti di politiche attive in Italia, non è pericoloso puntare su un sussidio di questa entità?

«Le politiche attive si basano su un concetto semplice ma essenziale che è quello di ridurre al minimo i tempi di disoccupazione per consentire alle persone di trovare più facilmente un’occupazione. Quindi, non si sovvenzionano le persone ma si investe su servizi per il lavoro in grado di facilitare l’incrocio tra domanda e offerta e favorire le transizioni da un lavoro all’altro. Le persone che accettano di farsi aiutare, si impegnano a massimizzare l’investimento di risorse pubbliche, collaborando attivamente con gli operatori che li assistono per cercare un lavoro e per non rifiutare offerte congrue. Questo obiettivo è stato mancato dal Jobs Act perché non è riuscito a spostare l’asse dalle politiche assistenziali di sostegno al reddito a quelle attive di inserimento lavorativo. Anche la costituzione di una nuova Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro ha disatteso questo importante compito alimentando l’idea che in Italia l’unico modo di sostenere le persone sia quello di elargire loro un reddito. Questa idea non solo è pericolosa per l’equivoco di fondo che porta con sé, ma anche perché rischia di non essere coerente con le nuove esigenze del mercato del lavoro in cui ogni persona è destinata a cambiare lavoro più volte nell’arco della vita attiva e in cui le imprese chiedono professionalità sempre più specializzate. Se si può ovviare con un reddito minimo garantito, perché una persona a 40 anni dovrebbe riqualificarsi a fronte di una riconversione aziendale o perché un giovane dovrebbe formarsi per accrescere le proprie competenze? In questo modo si destruttura lo stesso concetto di apprendimento permanente perché sarebbe forte la tentazione a non investire più su se stessi».

Da quel che si intuisce il Movimento 5 Stelle pensa a un rafforzamento dei Centri pubblici per l’impiego. A prescindere dai costi, visti i risultati men che modesti ottenuti finora dagli uffici pubblici per il lavoro, non c’è il rischio di creare ulteriori attese destinate ad essere tradite?

«Sono sempre stato critico sulle modalità con cui è stata affrontata la riforma dei servizi per il lavoro dal Jobs Act che, invertendo l’ordine logico dei provvedimenti nel tempo, ha prodotto i suoi peggiori effetti proprio sulla funzionalità dei Centri per l’impiego che invece si voleva valorizzare facendone la porta di accesso al mercato del lavoro. Oggi, i Centri per l’impiego sono in una condizione critica e non basterà il piano di rafforzamento previsto dal governo uscente. Credo che molto dipenderà dal modo in cui si declinerà il loro rilancio: se si riduce tutto a un rafforzamento degli organici, che pure è necessario, senza avere in mente una strategia di riforma complessiva, credo che la storia sia destinata a ripetersi. Per la valorizzazione del loro ruolo, i Centri per l’impiego non possono più avere solo mere funzioni amministrative di accertamento dello stato di disoccupazione e di adempimenti burocratici…».

E cosa dovrebbero fare?

«Evolvere verso moderni servizi per il lavoro in grado di fornire prestazioni alle persone e ai datori di lavoro. Solo così  si potrà affermare il loro ruolo, anche nella percezione delle persone».

Come la mettiamo, invece, con il reddito per diritto di nascita, rilanciato da Grillo sul suo blog all’indomani delle elezioni?

«L’errata interpretazione del successo elettorale da parte di Grillo, lo porta a superare ogni limite di sostenibilità delle sue proposte politiche. Siamo oltre il comunismo, siamo alla più angosciante reinterpretazione del naturalismo di Jean Jacques Rousseau e della sua proposta di Contratto Sociale».

 

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