Finiscono in farsa i sacchetti biodegradabili per frutta e verdura

UNA CIRCOLARE DEL MINISTERO DELLA SALUTE OBBLIGA NEGOZI E CATENE DELLA GRANDE DISTRIBUZIONE A NOMINARE GLI ISPETTORI AI SACCHETTI. E LE ASSOCIAZIONI DI CATEGORIA A STAMPARE UN VADEMECUM PER I CONSUMATORI

Ricordate i sacchetti ultraleggeri per frutta e verdura, in materiale biocompostabile, divenuti obbligatori dal 1° gennaio 2018? Ora si possono portare anche anche da casa. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato con una pronuncia che risale all’inizio di aprile. Ma anziché chiarirsi, la vicenda si è ingarbugliata ulteriormente. A dare un contributo decisivo ci ha pensato il Ministero della Salute, con una circolare pubblicata il 27 aprile 2018 (qui il link) e firmata dal direttore generale, Gaetana Ferri. 

Ometto di analizzare il lunghissimo preambolo. Il passaggio chiave per capire cosa possa succedere ora ai consumatori e pure ai responsabili dei punti vendita, arriva verso la fine. Eccolo:

… «Ciascun esercizio commerciale sarà tenuto, secondo le modalità dallo stesso ritenute più appropriate, alla verifica dell’idoneità e della conformità dei sacchetti utilizzati dal consumatore, siano essi messi a disposizione dall’esercizio commerciale stesso, siano essi introdotti nei locali autonomamente dal consumatore. A tal fine si suggerisce di predisporre un vademecum informativo per i consumatori, anche a cura delle associazioni di categoria, al fine di garantire uniformità di comportamenti sull’intero territorio nazionale, da rendere visibile all’interno dell’esercizio commerciale con apposito avviso alla clientela».

Occhio alle buste

Alla fine ogni catena di supermercati, in ciascun punto vendita, dovrebbe istituire la figura dell’ispettore ai sacchetti, incaricato di verificare che quelli portati da casa dai clienti siano conformi alla legge. Controllandoli e pesandoli uno per uno. Di più: l’ispettore ai sacchetti è alla fine responsabile anche delle caratteristiche delle buste biocompostabili messe a disposizione dal supermercato, quindi dovrebbe convalidare pure quelle. Al limite analizzandone peso e composizione chimica per riscontrare che sia conforme ai parametri di legge.

Per ogni negozio, poi, tutte le insegne, grandi e piccole, dovrebbero nominare più di un ispettore. Almeno tre, perché il banco di frutta e verdura non può essere lasciato sguarnito nemmeno per un attimo. E, oltre a fare i turni – l’orario lungo ne impegna almeno due al giorno – gli addetti alla funzione godono naturalmente delle ferie.

Chi forma gli ispettori?

Oltre a doverli pagare per i compiti di verifica che sono tenuti a svolgere, l’insegna dovrebbe naturalmente formare gli ispettori. Ma come? Presso quale struttura? E istituita da chi? Probabilmente interverrà una successiva circolare della solerte Gaetana Ferri a chiarirlo. Nel frattempo lasciamo il dubbio ai lettori.

Ma non è finita qui. Superette, super e ipermercati devono mettere a disposizione dei clienti – a loro spese, naturalmente – un apposito vademecum informativo, è sempre la Ferri a scriverlo nella circolare, redatto eventualmente a cura delle associazioni di categoria, vale a dire Confcommercio e Federdistribuzione. La parte editoriale della faccenda potrebbe funzionare così: le associazioni di settore predispongono i testi dell’opuscolo e ogni singola catena, poi, provvede a stamparlo ed esporlo nei negozi. Curando che sia visibile e sempre disponibile per la clientela.

Ecco. Tutto questo per una delle leggi più bolse e inutili. Quella che obbliga, appunto, negozi e supermercati a porre in vendita l’ortofrutta esclusivamente in buste biocompostabili, che i clienti devono (sempre per legge) pagare. A parte i costi, che si scaricherebbero inevitabilmente sugli scontrini della spesa, l’intera vicenda complica la vita sia a chi vende sia a chi acquista. Oltre a generare nuovi costi improduttivi. 

Ma non si era parlato di semplificazione?

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