Il marchio made in Italy del governo dà il tricolore anche ai cibi stranieri

Il logo ufficiale su cui è al lavoro il Poligrafico dello Stato assegna la patente di italianità agli alimenti importati. La Coldiretti deve intervenire

Un marchio unico per identificare il made in Italy e proteggerlo dai falsi. Se ne parla da tempo. Per lo meno dal 2014 quando governo e associazioni di categoria si preparavano all’Expo. Ora il tema torna d’attualità. Ma il marchio made in Italy cui sta lavorando il governo rischia di far saltare il banco. E dare la patente di italianità ad alimenti stranieri.

Ne parla Dario Di Vico sul Corriere della Sera. E se una firma di peso del giornale di via Solferino si avventura su questo terreno c’è da pensare che purtroppo il progetto sia prossimo al varo. Dico purtroppo perché se il marchio prendesse vita con la formula di cui parla Di Vico sarebbe una vera iattura per i produttori dei veri cibi italiani e i per consumatori. 

«Il progetto è in fase di studio (avanzato) tra i ministeri interessati e il Poligrafico dello Stato, inizierà dal food, potrebbe anche essere esteso ad altri settori e nelle intenzioni dei promotori serve ad attestare che “l’ultima trasformazione sostanziale” del prodotto è avvenuta in Italia».

Come sempre il diavolo si nasconde nei dettagli. E per il marchio made in Italy ufficiale il dettaglio diabolico sta nell’espressione «ultima trasformazione sostanziale», grazie alla quale basterebbe confezionare nel nostro Paese un prosciutto tedesco o danese o una mozzarella fatta con il latte olandese per poter mettere sulla confezione il simbolo ufficiale dell’italianità. Roba da far venire i brividi soltanto a pensarci.

Vi racconto un caso in cui mi sono imbattuto di recente e che mi ha chiarito quali siano i pericoli di un’etichettatura disinvolta anche se perfettamente legale. Nel censimento dei salumi venduti in tre negozi della grande distribuzione organizzata ho scoperto due confezioni di prosciutto cotto Beretta che hanno fatto scattare la spia rossa d’allarme. Il primo, etichettato come «made in Italy» e con un bel nastrino tricolore, il secondo presentato come «carne italiana da filiera controllata». Ne ho scritto su Libero, concludendo l’articolo con alcune domande rivolte al salumificio lecchese. Da consumatore mi chiedevo: se nel secondo caso è dichiarata la filiera produttiva, perché nel primo non accade? E se quella della prima vaschetta non fosse carne italiana, per qual motivo etichettarla come made in Italy?

Ed ecco la risposta che mi ha inviato la Beretta:

Ci teniamo a precisare che, come ha dedotto dalla differenza di prezzo fra i due prodotti Beretta, si tratta di prosciutti cotti differenti, con confezioni e diciture diverse, rivolti a consumatori con differenti comportamenti di acquisto e consumo.
Infatti solo nel caso Prosciutto Cotto Alta Qualità Fresca Salumeria viene utilizzato il claim “Made in Italy”, riferito al processo di lavorazione ed alla sua ricetta tradizionale  e  non alla materia prima, non necessariamente di origine italiana, ma comunque attentamente selezionata in funzione delle caratteristiche e del gusto del prodotto finale.
Secondo quanto stabiliscono le norme internazionali in materia (Reg. UE 952/2013 – “Codice doganale comunitario”), è “made in Italy” (letteralmente “fatto in Italia”) ciò che ha subito “l’ultima trasformazione sostanziale” nel nostro Paese: una definizione burocratica che, tuttavia, si adatta perfettamente all’essenza profonda del made in Italy alimentare. Anche la Giurisprudenza italiana, intervenuta sull’argomento, ha confermato appieno tale concetto (Cass. Pen. Sez. III, 15/03/2007, n. 27520).
Per ciò che riguarda il Prosciutto Cotto Alta Qualità Meraviglie d’Italia,  si tratta di un prodotto con materia prima esclusivamente nazionale (da qui il claim 100% carne italiana) derivante da una filiera completamente controllata dal salumificio Fratelli Beretta. In questo caso il claim “made in Italy” non compare in quanto implicito.
La provenienza italiana della carne è un valore aggiunto che caratterizza i prodotti di questa linea, di alta gamma, nati per dare una risposta segmentata a consumatori che hanno aspettative ed esigenze differenti.
Cordiali saluti,
Enrico Farina
Responsabile Marketing
Salumificio Beretta Spa

Dunque è già possibile etichettare come made in Italy un prosciutto importato per il solo fatto che abbia subito l’ultima trasformazione nel nostro Paese. Proprio come previsto per il marchio unico made in Italy a cui sta lavorando il governo. Così otterrebbero la nazionalità italiana migliaia di alimenti forestieri. E a quel punto distinguerli da quelli italiani al 100% sarebbe impossibile.

Fra l’altro questo logo ufficiale rischia di vanificare tutto il lavoro sull’etichettatura d’origine obbligatoria per carne, latte, formaggi e pasta che dovrebbe concludersi entro l’anno. Con grave danno ai consumatori sulla trasparenza dei cibi ma soprattutto ai nostri produttori di materie prime agricole.

Di Vico scrive che il progetto è condiviso fra diversi ministri interessati. Di sicuro anche quello dell’Agricoltura, Maurizio Martina. Mi aspetto che le associazioni di categoria – a cominciare dalla Coldiretti di Roberto Moncalvo – intervengano pesantemente. La posta in gioco è troppo alta per stare a guardare.

 

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