Il Ttip farà crollare i prezzi agricoli, lo dicono gli americani. E il ministro Calenda…

Sul Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti ho già scritto parecchio. Mi ripromettevo di farlo soltanto qualora avessi scoperto qualcosa di veramente nuovo. E così è. Casualmente sono inciampato in un documento curato dall’Usda (United States department of Agricolture), il ministero dell’Agricoltura degli Stati uniti. Uno studio (qui il link) pubblicato nel novembre 2015 sugli effetti provocati dal Ttip (Transatlantic trade and investment partenership) sulle materie prime agricole. Il documento va preso con le pinze: gli americani premono con ogni mezzo sull’Europa per convincerla ad accettare le loro condizioni per creare un’unica zona di libero scambio a cavallo dell’Atlantico. Obiettivo meritorio, conseguenze potenzialmente disastrose. Secondo i quattro analisti che hanno firmato la ricerca – Jayson Beckman, Shawn Arita, Lorraine Mitchell e Mary Burfisher – possono verificarsi innumerevoli cambiamenti con la firma del trattato.

Lo scenario più probabile

Nello scenario più probabile, l’abbattimento delle barriere tariffarie, i dazi, e «non tariffarie», provocherebbe lo scivolamento dei prezzi agricoli all’origine. I quattro hanno pure quantificato l’entità delle variazioni sia nella produzione sia a livello dei prezzi di mercato. Francamente fatico a immaginare che si possa prevedere a tavolino uno scarto misurato fino al decimale di punto. Ma quel che interessa non sono i numeri assoluti. Bensì la tendenza. Praticamente in tutti i comparti agricoli si registrerebbero variazioni negative sia nei volumi di produzione sia nei prezzi. 

È la tendenza che conta (purtroppo)

Con il crollo delle quotazioni al campo e alla stalla verificatosi negli  ultimi anni, ha un’importanza relativa prevedere ora che, ad esempio, i prezzi dei suini caleranno dell’1,11% o quello del grano dello 0,86%. Le variabili che intervengono sui corsi delle materie prime agricole sono tali e tante da far assomigliare le previsioni ad un esercizio da futurologo. O addirittura da fattucchiera. È importante, invece, constatare che gli stessi americani prevedono comunque un calo generalizzato di prezzi, pur a fronte di una variazione negativa nei volumi di produzione. Insomma, agricoltori e allevatori produrrebbero meno e incasserebbero comunque meno di oggi. Un fenomeno legato all’invasione di cereali, carne e derivati provenienti dagli Stati Uniti.

E da noi il ministro Calenda vuol saltare il Parlamento

Ma non mancano le novità sul Ttip neppure a livello politico. Il neoministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, al vertice con i colleghi europei del 13 maggio 2016, ha espresso la preoccupazione che la ratifica dagli accordi commerciali da parte dei parlamenti nazionali possa far saltare il meccanismo. Più che di Ttip i ministri dei Ventotto hanno parlato del Ceta, l’accordo gemello chiuso col Canada lo scorso anno. Ma fa lo stesso. Il principio non cambia.

Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda

Alcun Stati, tra cui Francia e Germania, segnalava l’agenzia Radiocor alla fine del vertice, ritengono che l’accordo sia da considerare «misto», richieda cioè una ratifica sia da parte delle istituzioni comunitarie sia da parte di ogni Stato membro perché incorpora aspetti di politica commerciale che non sono di esclusiva competenza Ue. Ed è su questo aspetto che è intervenuto Calenda: «C’è stato tra noi ministri un grande confronto sulle competenze», ha detto il successore della Guidi e fedelissimo di Renzi, «ed è logico chiedersi che cosa possa accadere se un Paese non ratifica l’intesa con il Canada, se potrebbe essere applicata provvisoriamente in tutto o in parte. Insomma c’è una grandissima incertezza che rende difficile alla Commissione negoziare». Insomma, la preoccupazione di Calenda non sono i contenuti dei trattati, ma lo spazio di manovra concesso ai negoziatori. 

Così l’Italia ha chiesto una riunione dei ministri del commercio per chiarire gli aspetti legali della questione e discutere le implicazioni politiche. Se qualche Paese avesse dei dubbi e chiedesse uno stop alla trattativa, ha spiegato Calenda, tutto questo «toglierebbe credibilità alla Ue come attore negoziale, stiamo parlando di un processo che è sottoposto a tutti i filtri necessari: il mandato alla Commissione è deciso all’unanimità, poi c’è la decisione sull’accordo raggiunto da dare sempre all’unanimità, poi interviene il Parlamento europeo che vota a maggioranza. Se non è questo un processo democratico…». Insomma, l’Italia, proprio l’Italia, vorrebbe saltare la ratifica ai parlamenti nazionali. Una posizione preoccupante, vista la piega che stanno prendendo i negoziati e  la scelta degli Stati Uniti di condurli in segreto.

 

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