La Commissione Ue ci frega ancora: nessun decreto sull’origine in etichetta

L’industria di trasformazione potrà continuare a presentare come italiani i prodotti che abbiano subito l’ultima lavorazione da noi. Un regalo al made in Italy tarocco

Clamorosa fregatura in arrivo dalla Commissione Ue per i consumatori: Bruxelles non si pronuncerà sull’etichetta d’origine. A dare la notizia è nientemeno che il commissario europeo all’Agricoltura, Phil Hogan. «La Commissione», ha dichiarato all’agenzia Radiocor, «come richiesto nel regolamento relativo alle informazioni sugli alimenti, ha presentato varie relazioni al Parlamento europeo e al Consiglio sulla possibilità di introdurre l’indicazione obbligatoria del paese di origine o del luogo di provenienza per determinate categorie di alimenti. Sulla base di queste relazioni, abbiamo dichiarato la nostra preferenza per l’etichettatura d’origine su base volontaria». 

Dunque la Commissione europea se ne frega dell’obbligo previsto dal Regolamento 1169/2011 approvato dal Parlamento Ue, che all’articolo 26 vincolava i furbacchioni di Bruxelles ad emanare entro il 31 dicembre 2013, quelli che nel politichese dell’unione si definiscono «Atti di esecuzione». L’equivalente dei nostri decreti. 

SU COSA DOVEVA PRONUNCIARSI BRUXELLES

Ecco cosa prevedeva il comma 2 dell’articolo 26 (in blu il testo originale del Regolamento).

L’indicazione del paese d’origine o del luogo di provenienza è obbligatoria:

a) nel caso in cui l’omissione di tale indicazione possa indurre in errore il consumatore in merito al Paese d’origine o al luogo di provenienza reali dell’alimento, in particolare se le informazioni che accompagnano l’alimento o contenute nell’etichetta nel loro insieme potrebbero altrimenti far pensare che l’alimento abbia un differente paese d’origine o luogo di provenienza;

Non basta. Il Parlamento di Strasburgo imponeva la dichiarazione d’origine inequivocabile anche nei casi in cui l’ingrediente primario (pensiamo al latte per i formaggi e al grano duro perla pasta) ha un’origine diversa dal Paese in cui il prodotto è stato lavorato o confezionato. Immaginiamo uno yogurt fatto in Italia con latte tedesco. In casi come questo, il Regolamento 1169 prevedeva due casi:

a)  è indicato anche il paese d’origine o il luogo di provenienza di tale ingrediente primario; oppure

b) il paese d’origine o il luogo di provenienza dell’ingrediente primario è indicato come diverso da quello dell’alimento

NEI CASI DUBBI BISOGNA CHIARIRE

Insomma, in un modo o nell’altro, nei casi dubbi, bisogna chiarire. La volontà dell’Europarlamento è evidente, sacrosanta e incontestabile. Ma la Commissione se n’è fregata e continua a fregarsene. Non ha emanato alcun Atto esecutivo entro il 31 dicembre 2013. E Phil Hogan dice ora, senza giri di parole, che non lo farà neppure in futuro. «Gli Stati membri, Italia compresa, stanno attuando progetti nazionali sperimentali e limitati nel tempo sull’etichettatura», ha chiarito l’irlandese, «ciascuno Stato membro presenterà alla Commissione una relazione sul funzionamento di questi sistemi di etichettatura e sul loro impatto sul mercato interno. La Commissione valuterà su tale base se vi sia la necessità di esaminare nuove modalità per  procedere in materia. Il valore aggiunto per i consumatori sarà debitamente tenuto in considerazione».

Angelo Ciocca

L’INTERROGAZIONE DI CIOCCA (LEGA NORD)

Dunque Bruxelles si rimangia anche la promessa fatta ad inizio anno dall’ineffabile commissario alla Sicurezza alimentare Vytenis Andriukaitis. A sollecitarlo è stato l’europarlamentare della Lega Nord Angelo Ciocca che in un’interrogazione scritta alla Commissione aveva chiesto  «come può essere possibile che ad oggi gli Atti esecutivi non siano stati adottati». E il lituano aveva risposto, sempre per iscritto, confermando «l’adozione prevista per il 2017, di un Atto di esecuzione da parte della Commissione», da applicare «quando il Paese di origine di un alimento è indicato e non è lo stesso del suo ingrediente primario», in modo che venga «indicato anche il Paese di origine dell’ingrediente primario».

Notare il nastro tricolore e la scritta Made in Italy

IL CASO DEL PROSCIUTTO

Sembra complesso ma non lo è. Pensate ad esempio al prosciutto cotto che si vende in vaschetta nei supermercati. Siccome l’ultima lavorazione (cottura) avviene in Italia,  in base all’articolo 60 del Codice doganale della Ue, può definirsi made in Italy, anche se l’ingrediente primario, vale a dire la coscia di maiale, arriva dalla Germania. Se la Commissione avesse approvato l’Atto attuativo in etichetta dovrebbe comparire l’origine della coscia, come prevede il Regolamento 1169 del 2011. Ma siccome Bruxelles tace i consumatori possono capire una cosa sola: che quel prosciutto è italiano. Mentre non è così. E lo stesso principio vale per un’infinità di altri cibi. Dai formaggi alla pasta, dal pane alla maionese. 

L’INDUSTRIA INSISTE: ASPETTIAMO L’EUROPA

Vale la pena di sottolineare che molte associazioni industriali di settore, come FederalimentareAidepi (pastai), Italmopa (mugnai)  e Assolatte, avevano criticato con varia intensità la scelta del governo italiano di introdurre norme per rendere trasparente l’origine delle materie prime alimentari. Sui decreti relativi a latte, formaggi e yogurt, ma soprattutto su quello per la pasta, c’è stata La levata di scudi dell’industria di trasformazione che lamentava proprio la fuga in avanti del nostro governo, accusandolo di non aspettare l’imminente pronuncia di Bruxelles.

Ora è chiaro che la commissione non emanerà alcun Atto esecutivo. Sono proprio curioso di capire cosa diranno gli industriali.

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