La verità sul no dell’Europa al made in Italy

È inutile far finta di non averlo capito: l’Europa, sotto dettatura della Germania, non ci lascerà mai valorizzare il made in Italy, distinguendolo dai finti prodotti italiani ottenuti da materie prime importate. L’abolizione dell’obbligo di indicare in etichetta lo stabilimento di trasformazione è soltanto l’ultimo atto di un percorso iniziato parecchio tempo fa. Per la precisione all’inizio degli anni Ottanta, quando la Corte di Giustizia europea bocciò una campagna dell’Irlanda a favore dei propri prodotti. «Acquista irlandese», «buy irish» era lo slogan lanciato da Dublino che puntava a riportare a casa il 3% di vendite nazionali perso nei quattro anni che andavano dal 1977 al 1980. La campagna (qui trovate l’estratto navigabile della sentenza) venne ritenuta contraria ai trattati europei e dunque sanzionata. E da quella sentenza in poi, qualunque iniziativa destinata a rendere esplicita l’origine di un prodotto è stata ritenuta «fuori legge». Un bel salto logico, visto che Dublino era stata condannata per la campagna che invitava ad acquistare prodotti locali, mentre ad esempio la nostra etichetta 100% Italia (Finanziaria 2004) e la norme sulle filiere trasparenti (2011) miravano a chiarire l’origine dei prodotti. Senza sollecitare in alcun modo i consumatori ad acquistare quelli italiani a scapito di altri.

Per chiarire la sequenza temporale degli eventi che ci impediscono di difendere il vero made in Italy li ho rappresentati sulla linea del tempo. Tutto parte, come si vede chiaramente dal grafico che pubblico qui sotto, dalla sentenza della Corte europea del 1982, su ricorso dell’allora Commissione delle Comunità europee contro l’Irlanda. In quegli anni a soffiare sul fuoco per impedire la difesa dei prodotti nazionali erano soprattutto Inghilterra e Olanda. Londra conservava ancora un importante settore manifatturiero ed esportava moltissimo nel resto d’Europa. Ora i protagonisti sono cambiati, ma il risultato è lo stesso. L’ultimo no in ordine di tempo è quello pronunciato dalla Commissione europea con il Parere circostanziato (ecco il link dove potete leggerlo) il 24 ottobre 2005 ed è servito sia ad affossare l’etichetta 100% Italia approvata dal nostro Parlamento l’anno prima, sia la legge sulle filiere trasparenti del gennaio 2011. A far ricorso alla Commissione Ue, in questi ultimi casi, è stata la Germania che punta così a tutelare le proprie esportazioni di materie prime agricole verso l’Italia, latte e carni suine in particolare. Nel 2011 i due commissari dell’epoca John Dally (Salute) e Dacian Ciolos (Agricoltura), arrivarono a minacciare contro Roma l’apertura di una procedura d’infrazione per «ostacolo alla libera circolazione delle merci nel mercato unico».

La verità, come sempre quando c’è di mezzo Bruxelles, era un’altra. La Merkel non poteva tollerare che diventasse obbligatorio scrivere «Germania» su tre confezioni di latte a lunga conservazione su quattro e sulla stragrande maggioranza delle vaschette di prosciutto non Dop vendute nel nostro Paese. Comprereste un prosciutto crudo con la bandierina tedesca? Io no, soprattutto dopo gli scandali dei maiali alla diossina. Ecco perché la Commissione è intervenuta a bocciare le ultime due norme italiane sulle etichette trasparenti. Il presunto «ostacolo alla libera circolazione delle merci» non c’entra nulla. A Berlino fa comodo che al di fuori delle indicazioni geografiche, i prodotti in commercio restino anonimi. E così deve rimanere. Guai a chi dovesse provare a modificare questo stato di cose!

L’Europa contro il made in Italy

 

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