La verità sulle nuove etichette del latte. Ecco come ci fregheranno

Il 19 aprile entra in vigore il nuovo decreto sull’etichettatura d’origine per latte, yogurt e formaggi. Una svolta per l’agroalimentare italiano: così, almeno, pensavamo un po’ tutti. Finalmente i consumatori potranno scegliere i prodotti lattiero caseari veramente made in Italy sugli scaffali dei supermercati. Ebbene, non sarà così. E per un motivo molto semplice: il decreto 9 dicembre 2016 (ecco il link) contiene una fregatura. Ma andiamo con ordine. Vi racconto come ho fatto a scoprirlo.

LA CIRCOLARE FIRPO

Stefano Firpo

All’inizio di febbraio alcuni produttori di latte assieme a due caseifici italiani, mi segnalano la pubblicazione sul sito del Ministero dello Sviluppo economico di una circolare a firma di Stefano Firpo, direttore del ministero guidato da Carlo Calenda. In base a questa circolare (eccola), che interpreta il decreto del 9 dicembre, sarà possibile etichettare come made in Italy anche il latte importato. Di più: i produttori disinvolti potranno addirittura mettere il tricolore sulla confezione, accanto alla dicitura Prodotto in Italia. Questo, mi spiegano allevatori e casari, succederà in forza del punto 6 della circolare Firpo che recita:

«In aggiunta alle diciture di origine previste dal decreto è possibile impiegare diciture con significato equivalente (…) purché le stesse non ingenerino confusione nel consumatore». 

A titolo esemplificativo la circolare del 2 febbraio 2017 ne elenca alcune, inclusa quella che permette di dare il passaporto italiano al latte importato:

«L’indicazione Made in Italy nel caso in cui il paese di trasformazione sia l’Italia».

Con l’aiuto dei caseifici artigianali che mi hanno contattato realizzo un cartone di latte come quelli che potranno mettere in commercio i furbetti dell’etichetta. La marca (Latte Lombardia) è di pura fantasia. Il resto no. È quello che potete vedere qui a fianco. Una confezione di questo genere sarebbe dunque perfettamente in regola con il decreto perché, oltre a mettere l’origine acquisita (chiarisco dopo il meccanismo) specifica comunque la provenienza della materia prima: Paesi Ue. Ma di fronte al tricolore e alla dichiarazione Prodotto in Italia, quanti consumatori andrebbero a leggere le altre diciture, quasi sicuramente scritte in piccolo? Pochissimi. E quand’anche dovesse accadere, la definizione Origine del latte: Paesi Ue, potrebbe comunque generare l’equivoco che essendo l’Italia un Paese europeo, si tratti di latte nazionale.

COLDIRETTI INSORGE, ARRIVA LA SECONDA CIRCOLARE

Nel frattempo la Coldiretti insorge. L’organizzazione dei coltivatori guidata da Roberto Moncalvo si rende conto che così il decreto sulle etichette trasparenti per latte, formaggi e yogurt verrebbe totalmente depotenziato. Rendendo quasi inutile la dichiarazione dell’origine per la materia prima. Coldiretti preme sul ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, chiedendo un suo intervento. Il titolare dell’Agricoltura è infatti cofirmatario assieme a Calenda del decreto 9 dicembre 2016. E Martina si muove. Il tam tam degli ambienti vicini ai palazzi romani riferisce di un «confronto serrato» fra i due dicasteri. Alla fine di febbraio, per la precisione il 23, sul sito delle Politiche Agricole, compare una seconda circolare, questa volta a doppia firma (eccola). Il testo ricalca quello della circolare precedente, ma al punto 6 sparisce qualunque riferimento al made in Italy. I due documenti rimangono online assieme per alcuni giorni, per lo meno fino al 4 marzo e io ne conservo la prova, avendo salvato le schermate dei siti. La circolare fatta pubblicare da Martina a fine febbraio è a doppia firma: Francesco Saverio Abate, direttore generale per la qualità al Ministero delle Politiche Agricole, e Luigi Firpo. Già, proprio lui. Un pasticcio, insomma. Due documenti simili nella forma, ma diversissimi negli effetti che possono produrre sull’etichettatura, sono accessibili e scaricabili contemporaneamente per un lungo periodo.

MA IL DIAVOLO SI NASCONDE NEI DETTAGLI (DEL DECRETO)

Tutto a posto dunque? Il pasticciaccio brutto di via Vittorio Veneto (dove hanno sede i dicasteri dello Sviluppo e dell’Agricoltura) può dirsi superato? Purtroppo no. Il diavolo si nasconde nei dettagli. Del decreto. Dopo tutto quel che è accaduto decido di analizzarlo. Ed ecco la sorpresa. All’articolo 1, comma 3, leggo:

«Resta fermo il criterio di acquisizione dell’origine ai sensi della vigente normativa europea».

È l’espressione «acquisizione dell’origine» a insospettirmi. Mi ci ero imbattuto qualche settimana prima di questi fatti, a proposito dell’etichettatura del prosciutto cotto Beretta, che scrive proprio Prodotto in Italia, come mi ha spiegato il direttore marketing del salumificio lecchese, in virtù di una norma contenuta nel Codice doganale comunitario. Nel mio cervello si accende una spia rossa. E decido di controllare. Così mi si chiarisce tutto: l’articolo 60 del Codice doganale dell’Unione europea (qui il link) è intitolato proprio Acquisizione dell’origine e al comma 2 recita:

«Le merci alla cui produzione contribuiscono due o più paesi o territori sono considerate originarie del paese o territorio in cui hanno subito l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale ed economicamente giustificata, effettuata presso un’impresa attrezzata a tale scopo, che si sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo o abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione».

Latte a lunga conservazione, yogurt e formaggi, avendo subito l’ultima trasformazione sostanziale nel nostro Paese, diventano così, per magia, italiani. Dunque la circolare Firpo non era neppure necessaria. A dare il passaporto tricolore al latte importato ci pensa direttamente il decreto sulle etichette trasparenti (si fa per dire). E ora capisco anche perché la Commissione europea non ha avuto nulla da dire sul provvedimento, lasciando che entrasse in vigore in base al principio del silenzio-assenso. Bruxelles non ha eccepito niente perché la norma rispetta lo spirito comunitario. Né è pensabile – a discolpa di Calenda e Martina – che un provvedimento italiano, per quanto sperimentale, possa stravolgere le regole comunitarie.

È così che ci fregherà l’industria del finto made in Italy. I consumatori acquisteranno tranquilli latte, yogurt e formaggi, convinti che faccia fede il nastrino tricolore. Chi mai andrà a pensare che si tratti di falsi prodotti italiani?

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2 Responses

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  1. giuseppe
    Mar 08, 2017 - 10:17 PM

    Lo stesso modo di etichettare le confezioni di olio extravergine

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    • Attilio Barbieri
      Mar 09, 2017 - 10:25 AM

      Buongiorno Giuseppe, per fortuna l’etichettatura dell’extravergine segue un meccanismo diverso. Salvo truffe, quando sull’olio extravergine c’è scritto che è italiano lo è davvero.

      Reply

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