Le cinque sfide (non rinviabili) per la Coldiretti di Roberto Moncalvo

Venerdì 17 ottobre, dopodomani, si apre a Cernobbio il quattordicesimo Forum dell’agricoltura e dell’alimentazione organizzato dalla Coldiretti. Da anni, e precisamente a partire dalla presidenza Marini, l’evento è atteso da analisti e commentatori anche per capire quale sia la strategia del maggior sindacato degli agricoltori nei mesi successivi. All’ombra del monte Bisbino, sulla riva del lago di Como, è maturata la svolta che ha fatto della Coldiretti uno dei grandi protagonisti nel dibattito su alcuni temi cruciali per il futuro del Paese: la tutela dell’origine, la tracciabilità, le filiere trasparenti. Ma soprattutto il vero made in Italy. Lo dobbiamo al popolo della bandiere gialle se si è rotta la cortina del silenzio sulle materie prime importate che la grande industria, non solamente quella alimentare, utilizza per confezionare cibi, bevande e manufatti in genere. Spacciandoli poi per italianissimi.

Personalmente ho capito cosa ci fosse in gioco, nella guerra del cibo, proprio seguendo un Forum di Cernobbio di qualche anno fa. L’edizione 2014, però, arriva in un momento delicato. Per un insieme di fattori che elenco brevemente.

  1. La nuova Commissione europea guidata da Jean-Claude Junker (si insedierà all’inizio di novembre) è ben più anti italiana della precedente. Pur di pilotare Federica Mogherini sulla poltrona di Alto rappresentante della politica estera europea, il governo italiano (leggi: Matteo Renzi) ha rinunciato a un commissario che potesse incidere direttamente o indirettamente nelle scelte di politica economica. Che spetteranno invece a Jyrki Katainen, il falco finlandese, proconsole della Merkel, che si appresta a diventare vicepresidente con delega proprio all’Economia. Una carica mai esistita finora a Bruxelles.No entry sign in front of EU flag
  2. Roma continua a essere sotto schiaffo in Europa. Dalla partita sulla Legge di bilancio, dipenderà la sorte di quel po’ d’autonomia che abbiamo conservato. Se alla fine, per rientrare nei parametri Ue l’esecutivo sarà costretto a far scattare la clausola di salvaguardia con l’aumento di Iva e accise assieme a nuovi tagli lineari, la prossima finanziaria converrà farla scrivere direttamente a Katainen.
  3. Il fronte del no alla trasparenza sui cibi è più forte che mai. L’industria europea, spalleggiata proprio da Bruxelles, non è disposta a cedere di un millimetro. Quanti chiedono di applicare la legge 4/2011 sulle filiere trasparenti, parlano del nulla. Quella norma non esiste più, è stata silurata dalla Commissione europea, pena l’apertura di una procedura d’infrazione.

Questa congiuntura politico-istituzionale si traduce per la Coldiretti di Roberto Moncalvo (nella foto con il ministro Maurizio Martina) in cinque sfide non rinviabili. Eccole.

MARCHIO UNICO NAZIONALE. La Commissione agricoltura della Camera ha espresso all’inizio di ottobre parere favorevole all’articolo 30 dello Sblocca Italia, in base al quale sarà adottato un unico segno distintivo del made in Italy. Il logo (Oscar Farinetti, patron di Eataly e amicissimo di Renzi ha proposto una mela tricolore) verrebbe lanciato all’Expo 2015 e sarà destinato a “promuovere” i prodotti italiani all’estero. Il rischio è che si possano fregiare della mela tricolore anche, se non soprattutto, cibi che di italiano hanno ben poco. Pasta fatta con farina importata dall’Ucraina e dal Canada, formaggi ottenuti dal latte della Baviera, finti prosciutti italiani fatti con cosce di maiali tedeschi o olandesi. Qual po’ di tracciabilità che è destinata a rimanere (si veda più avanti) rischia di diventare una buffonata.

 ETICHETTE: DA RETICENTI A MUTE. In base al nuovo regolamento europeo sull’etichettatura destinato a entrare in vigore il 14 dicembre, non sarà più obbligatorio scrivere sull’etichetta lo stabilimento di trasformazione o confezionamento dei prodotti alimentari. Quindi si potrà spostare all’estero anche l’ultima fase della lavorazione. Di più:  nessun consumatore potrà più rendersi conto di cosa sta mettendo nel carrello.

OLIO (NON ITALIANO) DI STATO. Dopo i panettoni (chi ha almeno cinquant’anni ricorderà Motta e Alemagna finite in pancia alle Partecipazioni statali) arriva l’olio di stato. La Isa, finanziaria del Ministero dell’Agricoltura, è entrata col 20% nel capitale dell’olio Dante, gruppo Mataluni. Nulla da dire se fosse olio italiano. Ma di oro verde proveniente dalla Penisola, Dante ne vende pochino. Ora mi chiedo: ha senso che lo Stato entri nel capitale di una marca che si limita soprattutto a imbottigliare olio comunitario?

TRATTATO TTIP. Con la Nato economica su cui stanno negoziando in gran segreto Stati Uniti ed Europa, cadranno tutte le barriere commerciali. Gli americani si rifiutano categoricamente di riconoscere le nostre Dop e Igp, definendole «nomi comuni». E oppongono a Parmigiano Reggiano e Grana Padano i loro Parmesan, e Italian Grana. Per non parlare del Combozola. Dire sì significa aprire all’invasione dei tarocchi, dopo anni di battaglie durissime nella Ue, per impedire a tedeschi, inglesi, olandesi e danesi di copiarci tutto, incluso il tricolore sulle confezioni.

GUERRA ALLA FILIERA DEL MAIS. Ma nelle sfide dalle quali dipenderà il futuro dell’agricoltura e del cibo nel Belpaese c’è una new entry. Fra le produzioni destinate a finire all’indice c’è anche quella del mais per l’alimentazione animale. La sfida (nel senso letterale del termine) è stata lanciata in settimana nel corso di un simposio internazionale organizzato a Milano dalla Fondazione Barilla. Fra i punti all’ordine del giorno compariva anche questo: «coltivazioni per biocarburanti e allevamenti contro coltivazioni sostenibili per produrre prodotti agricoli». Inutile far notare che oltre il 90 per cento del mais prodotto in Italia è destinato ad alimentare bovini e suini. E se non finisse nella mangiatoie gli agricoltori non lo seminerebbero più. Inutile far notare che alla faccia delle presunte alterazioni provocate dall’industria dei biocarburanti il prezzo del mais, solo nell’ultimo anno, è crollato del 13,7% (dati Ismea). Se si trattasse di trasformare il granturco in farina e portarlo solo in tavola sotto forma di polenta, su 10 campi almeno 9 sparirebbero. La proposta della Fondazione Barilla è probabilmente destinata ad entrare nel Protocollo di Milano per le coltivazioni sostenibili. anche se si tratta di una bestialità immane che può distruggere la filiera cerealicola italiana.

La guerra del cibo, quella vera, da cui dipende la sopravvivenza della nostra agricoltura, si combatterà su questi cinque fronti. Dalla strategia che si darà Coldiretti dipende in buona parte l’esito finale.

Print Friendly, PDF & Email

Related News

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Copyrıght 2013 FUEL THEMES. All RIGHTS RESERVED.