Lo spot di Muccino promuove negli Usa il made in Italy che l’industria ha marginalizzato

Lo spot televisivo in onda dall’8 dicembre sui network americani è di grande qualità. Ma racconta un made in Italy che non c’è quasi più. O se esiste è stato marginalizzato dall’industria alimentare e dall’Europa. Il regista, Silvio Muccino, ha fatto un ottimo lavoro. Peccato che il cortometraggio pubblicitario, curatissimo nella fotografia, nelle immagini e nel montaggio, descriva una realtà lontana anni luce dalla produzione alimentare italiana. L’iniziativa è parte integrante del piano straordinario voluto dal viceministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, per promuovere il food italiano nelle catene della grande distribuzione americane ed è stata presentata nel corso dell’Expo da Calenda col titolare delle Politiche agricole, Maurizio Martina. Costo per il primo anno: 50 milioni di euro, da spendere per una promozione concentrata in quattro stati degli Usa, dove il made in Italy è ancora poco presente o poco conosciuto: Texsas, Illinois, New York, California.

Il video era atteso. Un po’ perché doveva rappresentare la punta di diamante del piano per aggredire la grande distribuzione negli States. Ma soprattutto perché attraverso questa iniziativa il governo punta a contrastare i prodotti tarocchi che monopolizzano il mercato americano. L’italian sounding – 60 miliardi di valore in tutto il mondo – negli Stati Uniti detta legge. Fra i formaggi «italiani» venduti a casa dello zio Sam il 99 per cento sono faitalian-taste-RRlsi.

A rendere maledettamente difficile l’operazione di lancio del made in Italy Oltreoceano, c’è anche la scelta del governo Renzi di non puntare su un marchio unico per i prodotti italiani, da apporre sulle confezioni di quelli originali. Che per altro la Commissione europea ci avrebbe bocciato con la solita motivazione: l’origine preferenziale è un ostacolo alla libera circolazione delle merci nel mercato unico. Così il logo prescelto da Calenda e Martina, un tricolore con il claim «the extraordinary italian taste»,  lo straordinario gusto italiano, è destinato a identificare nelle catene della Gdo americana i corner e gli scaffali dove si vende il vero made in Italy. Non potendo puntare su un segno distintivo facilmente individuabile sulle confezioni, diviene inevitabile giocare tutto su una campagna pubblicitaria evocativa della qualità e dell’unicità dei nostri prodotti.

Ma proprio qui si verifica il paradosso: il made in Italy raccontato agli americani dallo spot di Muccino è quello a chilometri zero. La farina impastata a mano, i salumi stagionati in locali che non si vedono più da decenni e che le Asl farebbero chiudere al primo sopralluogo. Immagini molto vicine alle tradizioni contadine di un’Italia che oramai esiste quasi soltanto in fotografia. Il regista (e gli autori) dello spot non hanno sbagliato: quel che raccontano rappresenta alla perfezione l’idea delle nostre tradizioni alimentari. Ma non combacia con la realtà dell’industria italiana del cibo, salubre ma asettica nei processi. Sicura ma un po’ troppo plastificata.

Fa piacere notare che per promuovere i veri prodotti del Belpaese un film maker quotato come Muccino faccia ricorso alle radici autentiche del cibo italiano. Ma non possiamo far finta di ignorare che la realtà è molto diversa.

 

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One Response

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  1. Campisi Conserve
    Mar 21, 2016 - 01:22 PM

    L’articolo è molto interessante e denso di spunti di riflessione Dott. Barbieri.
    Ci preme sottolineare, però, che anche in questo caso è bene non fare di tutta l’erba un fascio, dunque le lasciamo qui la riflessione che ci ha suscitato questo suo validissimo articolo.

    http://blog.campisiconserve.it/2016/03/21/made-in-italy/

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