Il finto made in Italy (dell’industria) sacrificato alla scalata europea della Mogherini

Arriva il conto dell’operazione Mogherini: in cambio del via libera alla nomina della nostra ministra ad alto rappresentante della politica estera europea, Germania e alleati hanno preteso il disimpegno dell’Italia dallo scontro sull’etichetta trasparente. Un tema centrale nella difesa del made in Italy dai falsi che valgono complessivamente 60 miliardi di euro. Sul finire della scorsa legislatura europea l’assise di Strasburgo ha approvato in prima lettura un nuovo regolamento sul «made in» obbligatorio. Il provvedimento, proposto dal vicepresidente uscente Antonio Tajani, in realtà era molto all’acqua di rose e prevedeva di etichettare come made in Italy prodotti che avessero subito l’ultima trasformazione nel nostro Paese. Nulla a che vedere, dunque, con il 100% Italia che a più riprese abbiamo chiesto alla Ue. Avendo in risposta sempre e comunque dei dinieghi se non addirittura la minaccia di aprire una procedura d’infrazione.

Agli industriali tedeschi, però, non stava bene neppure di poter dichiarare come made in Germany i prodotti che avessero subito almeno l’ultima lavorazione nei laboratori e nelle fabbriche del proprio paese. Da qui lo scambio: semaforo verde alla nomina di Federica Mogherini a (finto) ministro degli esteri della Ue in cambio della rinuncia di Roma a riproporre al nuovo Parlamento europeo il pacchetto Tajani.
Un dietrofront che ha creato profonda irritazione negli ambienti di Confindustria. I calzaturieri, parte del comparto tessile e pure dell’alimentare puntano i piedi da anni per ottenere il regolamento sulla «origine non preferenziale». Così si definisce nel burocratese di Bruxelles l’etichetta obbligatoria approvata in prima lettura a Strasburgo. La prospettiva è quella di sdoganare e immettere sul mercato, con il tricolore sulla confezione, migliaia di prodotti ottenuti – nella migliore delle ipotesi – a partire da semilavorati d’importazione. Una vera fregatura per i consumatori e una iattura, l’ennesima, per quanti sperano ancora di poter trovare lavoro in Italia. L’impiego massiccio di materie prime e manufatti dall’estero, assieme alla delocalizzazione di iteri stabilimenti,  è uno dei motivi che spiegano il crollo della forza lavoro nel Belpaese. Al milione di disoccupati creati dalla crisi finanziaria mondiale ne dobbiamo aggiungere per lo meno altri 350mila a cui i taroccatori di made in Italy hanno rubato il posto.

Alla fine, dunque, è meglio così. Piuttosto che trovare i negozi invasi da manufatti e in proiezione anche cibi che di italiano hanno soltanto la confezione ma che si spacciano per originali e possono sfoggiare l’etichetta made in Italy, è meglio rimanere nell’attuale incertezza. Almeno i delocalizzatori e gli assemblatori non potranno valersi della patente di italianità assegnata, troppo disinvoltamente, dal pacchetto Tajani a prodotti appena rifiniti da noi. L’intera vicenda però e soprattutto l’ennesimo diktat con cui Berlino ha stoppato la proposta italiana, la dice lunga sugli spazi di manovra per rendere riconoscibili le produzioni 100% italiane. Come avevo anticipato più di un anno fa sul blog (ecco il link) il blocco dei Paesi del nord Europa non accetta neppure una parvenza di tracciabilità e trasparenza. Figuriamoci quelle vere.

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