Pasta, riso, latte e formaggi: i decreti sull’origine salteranno così

Il pasta day, festeggiato un po’ frettolosamente in giro per l’italia il 13 gennaio 2018, era una bufala. Lo dico con la morte nel cuore, sapendo di dare una delusione a molti amici coltivatori. Quel giorno, in effetti,  è entrato in vigore il decreto scritto a quattro mani dai ministri Martina (Politiche Agricole) e Calenda (Sviluppo Economico), destinato a rendere obbligatoria l’origine in etichetta per il grano utilizzato sotto forma di semola di grano duro, nella preparazione. Ma c’è un dettaglio sfuggito ai più: quel provvedimento, almeno per l’Unione europea, non esiste. Come ho spiegato in un altro articolo (qui il link) i due ministri lo hanno dapprima notificato alla Commissione Ue e poi ritirato. Senza ripresentarne uno nuovo. Salvo poi pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale italiana un testo diverso dal primo, e comunque mai presentato ufficialmente all’Eurogoverno. Stessa sorte è capitata al provvedimento sull’origine del riso

Maurizio Martina

Diverso l’iter che ha seguito il decreto su latte, yogurt e formaggi. Mentre i due di cui ho già detto sono stati approvati il 26 luglio 2017 e pubblicati in Gazzetta Ufficiale il 17 agosto dello stesso anno, quello sui prodotti lattiero caseari, è uscito in Gazzetta il 19 gennaio 2017. Trascorsi i 90 giorni di rito dalla sua notifica a Bruxelles, in assenza di un diniego ufficiale della Commissione e in base al principio del silenzio assenso, il provvedimento è entrato in vigore.

Ma a prescindere dalla notifica, le tre deliberazioni avevano tutte carattere sperimentale, in attesa che Bruxelles emanasse l’atto esecutivo sull’ingrediente primario nei medesimi prodotti alimentari. Per latte e formaggi la sperimentazione si sarebbe conclusa comunque il 31 marzo 2019. Per la pasta e il riso il 31 dicembre 2020.

Ma non basta. Gli stessi decreti contengono una norma destinata a farli cadere come pere marce non appena entrerà in vigore l’atto esecutivo che la Commissione è in procinto di adottare, proprio sull’etichettatura d’origine per il componente primario nei prodotti mono ingrediente. Nelle Disposizioni transitorie e finali che per tutti e tre i decreti italiani sono all’articolo 7, si dice:

«In caso di adozione da parte della Commissione europea di atti esecutivi ai sensi dell’art. 26, paragrafo 8, del regolamento (UE) n. 1169/2011,  (…) il presente decreto perde efficacia dal giorno della data di entrata in vigore dei medesimi».

È come se la premiata ditta Martina & Calenda, al momento di approvare i provvedimenti sull’etichettatura,  avesse innescato un ordigno votato alla loro autodistruzione. Ma non poteva essere altrimenti. L’Unione europea ha la competenza esclusiva sulle norme che riguardano l’etichettatura «armonizzata» degli alimenti. Uno spazio che le legislazioni nazionali non possono intersecare. Senza prima chiedere l’autorizzazione alla Commissione Ue. Ed è per questo che leggi e decreti vengono notificati a Bruxelles e non possono entrare in vigore in assenza del via libera europeo.

A fugare ogni dubbio interpretativo sulla loro vita, vi sono le premesse. In uno dei tanti considerando che precedono gli articoli veri e propri, si legge:

«Ritenuto necessario, nelle more dell’adozione degli atti di esecuzione da parte della Commissione europea ai sensi dell’articolo 26 paragrafi 8, del regolamento Ue n. 1169/2011, al fine di garantire una maggiore sicurezza e trasparenza verso i consumatori, una disciplina sperimentale dell’etichettatura… decretano…».

L’espressione «nelle more dell’adozione degli atti di esecuzione», nel linguaggio giuridico-burocratico, equivale a «in attesa»… Dunque, in attesa che la Commissione europea emani gli atti di esecuzione, il governo italiano adotta questo decreto, che si presenta, è scritto nel medesimo paragrafo, come una «disciplina sperimentale».

Francamente non capisco cosa intenda il ministro Martina quando annuncia, a proposito dei decreti sull’origine, «ci difenderemo in tutte le sedi». Da chi pensa di difendersi? Dalla loro decadenza che scatterà in base alle norme che lui stesso vi ha inserito quando le ha scritte con Calenda?

E non è finita qui. Anche il decreto sullo stabilimento in etichetta rischia di finire sul binario morto. Ma questa è un’altra storia. Che racconterò presto.

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