Roma come Bruxelles: il made in Lombardy ostacola il mercato

Il made in Lombardy ostacola la libera circolazione delle merci. Il governo Renzi usa le stesse argomentazioni dell’Unione europea per bocciare il pacchetto di misure varato dalla Regione Lombardia a sostegno della crescita del proprio sistema produttivo. Una iniziativa che includeva anche l’istituzione del marchio made in Lombardy, oltra a un taglio netto alla burocrazia e al carico fiscale che gravano sulle imprese, alla moneta complementare e al marchio made in Lombardy per certificare la provenienza dei prodotti. Palazzo Chigi ha impugnato davanti alla Corte costituzionale l’intero provvedimento. La legge regionale lombarda, approvata fra l’altro con i voti dell’intero Pd locale, avrebbe «effetti restrittivi sulla libera circolazione delle merci garantita dall’ordinamento europeo», recita la nota dell’esecutivo, «in violazione degli obblighi comunitari previsti dall’articolo 117 della Costituzione». Maroni, assieme a tutti i fautori di un impegno di Renzi a Bruxelles in favore dei veri prodotti italiani, è avvertito: Roma non soltanto non è disponibile ad aprire un confronto (anche duro) con la Commissione europea, ma addirittura ne adotta l’impostazione. La Ue ci ha bocciato due leggi e numerosi decreti negli ultimi cinque anni, invocando le norme sulla «origine non preferenziale» previste dal Codice doganale comunitario, in base al principio che l’etichetta 100% Italia ostacolerebbe al libera circolazione delle merci nell’Unione. Proprio quelle di cui il nostro governo si serve per dire no alla legge lombarda.
Cambiano gli orchestrali ma lo spartito è sempre quello: meno si sa dei prodotti che comperiamo e meglio è.

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