Trentasei centesimi alla stalla, 1,57 euro sul bancone: lo spread del latte soffoca gli allevatori

Trentasei centesimi per un litro di latte alla stalla diventano 1,57 euro sullo scaffale. Lo spread fra i valori all’origine e al dettaglio per l’alimento bianco vale il 436%. E non si tratta certo di un caso isolato: la filiera agroalimentare è piena di esempi scandalosi come questo. Dalle mele pagate un centesimo al chilo al campo che diventano 50 o 60 al supermercato, fino alle nettarine che sono marcite sulla pianta perché costava di più raccoglierle.

500mila litri per una Panda

Ma il latte è lo specchio di un disagio profondo vissuto dall’intera agricoltura italiana. I 36 cent al litro corrisposti all’allevatore non gli bastano neppure per coprire i costi di alimentazione delle mucche. Figuriamoci il resto. E non è un caso se da qualche mese a questa parte in Italia chiudono in media quattro stalle al giorno. I più fortunati, quelli che riescono a prodursi in casa il mangime e hanno spese di gestione molto basse – in pratica le eccezioni dell’intero settore – hanno un margine che non supera i due cent al litro. Per pagarsi un caffè al bar ne devono vendere 50. Per andare allo stadio ben 2000. Non parliamo poi se si tratta di comperare un’auto. Per la Fiat Panda base non bastano 500.000 litri.

Moncalvo in mungitura web

Il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo

 

E non è cero da oggi che il settore è in crisi. Negli utlimi 10 anni ha chiuso una stalla su quattro. Nella sola Lombardia sono andati in fumo 7mila posti di lavoro. Ed è per questo che la Coldiretti ha organizzato nelle piazze delle principali città italiane la più grande operazione di mungitura fuori dalla stalla mai vista in Italia. Milano, Bologna, Torino, Genova, Palermo, Roma: le città si sono tinte del giallo delle bandiere Coldiretti e hanno cambiato colonna sonora. Non i soliti rumori del traffico impazzito, clacson e improperi degli automobilisti esasperati, ma i muggiti delle mucche pezzate munte dagli allevatori.

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Le bandiere gialle della Coldiretti a Piazza Affari

 

Colpa delle multinazionali. Ma non solo…

Coldiretti punta il dito sulle multinazionali e in particolare sulla francese Lactalis, che impone agli allevatori italiani prezzi al ribasso: «L’ultima operazione della Lactalis è stata l’acquisizione del Consorzio Cooperativo Latterie Friulane annunciata silenziosamente a fine anno e festeggiata con una lettera in cui si annunciava agli allevatori italiani fornitori dei diversi marchi del gruppo un ulteriore taglio a 35 centesimi al litro per il prezzo del latte». Per capire quanto pesi sul nostro mercato la società transalpina basta scorrere i marchi che ha in pancia: Invernizzi, acquisito nel 2003,  poi Galbani e Locatelli, quindi Parmalat, rilevata nel 2011 e spogliata del miliardo liquido che c’era in cassa. Infine le Latterie Friulane.

Ma non sono soltanto i colossi stranieri a giocare al ribasso con le materie prime agricole. Anche l’industria alimentare italiana non è estranea alle speculazioni che stanno mettendo fuori mercato la maggior parte degli allevatori e dei coltivatori italiani. Il meccanismo è noto: non è tanto l’origine delle materie prime a determinare l’italianità di un prodotto, ma la ricetta e le tecnologie di produzione. In pratica il paradigma della Federalimentare.

 Il modello italiano non sta più in piedi
Martina e Prandini

Il ministro Maurizio Martina e il presidente di Coldiretti Lombardia Ettore Prandini

E c’è da chiedersi, a questo punto, se esista davvero il «modello italiano» che il ministro Maurizio Martina si appresta a mettere al centro dell’Expo, con la Carta di Milano. La filiera del latte, ad esempio, non sta più in piedi. A certificarlo le testimonianze degli allevatori che si sono dati appuntamento in questo venerdì 6 febbraio nelle piazze italiane. «Se va avanti così non so chi di noi si potrà salvare», racconta sotto il cielo plumbeo di Piazza Affari, a Milano, Giuseppe Tiraboschi, allevatore di Vaprio d’Adda, «lavoriamo in perdita e le banche non ci fanno più credito».  E ai giovani che magari si sono indebitati per avviare una nuova attività va ancora peggio. Dice Mauro Spingardi, 42 anni di Maleo, Lodi: «Nella nostra azienda lavoriamo mio padre, mio fratello ed io ed è con il frutto di questo lavoro che manteniamo le nostre famiglie. Ma come si fa a sopravvivere a un calo del prezzo del 30% in un solo anno? Io devo andare avanti per rispettare gli impegni presi, ho puntato molto sul latte. Vista la situazione, però, mi domando se ho sbagliato tutto nella vita».

Martina, la Carta di Milano e la sostenibilità

E sono curioso di sentire cosa racconterà domani, all’Hangar Bicocca, il ministro delle Politiche Agricole Martina, presentando la Carta di Milano che si articola in sei punti: diritto al cibo, lotta allo spreco, sicurezza dei prodotti, agricoltura sostenibile, tutela della biodiversità, ricerca e innovazione. Visto che l’obiettivo è quello di farla sottoscrivere a tutti i Paesi partecipanti all’Expo e portarla poi all’Onu per farla diventare una specie di Protocollo di Kyoto dell’alimentazione, la sfida che lanciamo al resto del mondo è impegnativa. Per capirne la portata basta dare un’occhiata al video ufficiale #cartadimilano. Mi chiedo però come si possa conciliare questa aspirazione di protagonismo con la disintegrazione in atto nelle filiere agroalimentari che hanno fatto del made in Italy a tavola l’unico vero campione capace di sconfiggere la crisi.

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