Dal made in Italy al made with Italy. Si comincia col vino a delocalizzare in Russia

Arkady Dvorkovich

Il vicepremier russo Arkady Dvorkovich

La Russia è pronta a diventare la Mecca del made in Italy tarocco (ma non troppo). Il «made with Italy», fatto con l’Italia, meglio: con le aziende italiane. Lo aveva annunciato il vicepremier Arkady Dvorkovich a settembre, in visita all’Expo: visto che le sanzioni e l’embargo bloccano in parte anche i prodotti alimentari europei, Putin e compagni hanno lanciato un piano per l‘import sobstitution. «Venite a produrle da noi le Dop», aveva affermato provocatoriamente Dvorkovich, «visto che non riuscite più a esportarle sul nostro mercato». Tutto si era risolto con alcuni commenti indignati: qualche dichiarazione risentita del ministro Martina e dei numeri uno delle associazioni dei produttori, Scordamaglia (Federalimentare) e Moncalvo (Coldiretti) e poco più. Ma i russi, la notizia è questa, fanno sul serio. Il piano federale per la sostituzione dei prodotti importati è stato finanziato con 265 miliardi di rubli, circa 3 miliardi e mezzo di euro. Ed è già partito. Dal vino. Nel 2016 Mosca investirà 4 miliardi di rubli (56 milioni di euro) a sostegno del comparto vitivinicolo, «una cifra quadrupla rispetto alla dotazione di quest’anno», informa l’agenzia online Winestrategies.eu, «e 13 volte superiore a quella stanziata nel 2014. Entro il 2020 il vigneto russo potrà contare su 140mila ettari contro gli attuali 87mila».

Fin qui nulla di strano. Sennonché il ministero dell’Agricoltura russo ha annunciato l’intenzione di azzerare i dati sull’importazione di barbatelle dall’Europa (leggasi: Italia e Francia) per favorire l’impianto di nuovi vigneti nella regione di Krasnodar, nel Caucaso del Nord e nella regione di Rostov. «Oltre alle nuove possibilità di mercato per l’indotto», si chiede Winestrategies, «ci sarà anche il vino tra i protagonisti del made with Italy degli imprenditori italiani in Russia, sempre più sul tavolo dei rapporti bilaterali tra Roma e Mosca?». Lambrusco, Sangiovese, Bonarda, Franciacorta: gli ex sovietici si stanno attrezzando per produrli a casa loro. E iniziano con i vitigni, da cui si ottengono gli uvaggi necessari.

In realtà lo sbarco oltreconfine è già iniziato. Barilla sta per inaugurare uno stabilimento a Solnechnogorsk, nella regione di Mosca, mentre da quel che mi risulta nella regione di Belgorod e nel Tatarstan. dove già si producono tarocchi made in Italy in abbondanza –  sono in corso grandi manovre per organizzare la delocalizzazione di alcuni stabilimenti caseari italiani. La Federalimentare nel comunicato finale sulla presenza a Expo col padiglione Cibus è Italia, ha annunciato la creazione di un Osservatorio permanente sull’italian sounding. Se mi posso permettere un suggerimento, inizierei le indagini fra gli associati.

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