All’Expo l’industria si intesta anche le filiere agricole. Nel silenzio di coltivatori e allevatori

L’industria ha occupato le filiere agroalimentari. E ne rivendica il controllo completo, oltre che la titolarità a rappresentarle in via esclusiva all’Expo. È quanto si evince dal comunicato diffuso congiuntamente qualche giorno fa da Assica (Associazione industriali delle carni e dei salumi), Assocarni (Associazione nazionale industria e commercio carni e bestiame) e UnaItalia (Associazione nazionale filiera agroalimentari carne e uova) che rappresenta, come si legge sul sito, il 90% della filiera avicunicola italiana; parliamo di polli e conigli.

Nella nota delle tre associazioni si legge:

Le filiere delle carni italiane, rappresentate dalle associazioni di categoria Assica, Assocarni e UnaItalia, rilanciano il tema della sostenibilità delle carni in Italia dal punto di vista nutrizionale, ambientale, economico, della lotta allo spreco e della sicurezza alimentare.

L’occasione è stata la presentazione della «clessidra alimentare» ad un convegno organizzato da Università degli Studi di Milano, Università Cattolica,  Cra  – Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura, in collaborazione col comitato del Comune di Milano Le Università per Expo 2015. Non mi addentro nell’analisi dei contenuti più di tanto. Chi volesse approfondire il simposio può cliccare qui. Mi limito a segnalare che la clessidra alimentare è la risposta dell’industria delle carni alla piramide alimentare nell’infinito duello tutto italiano fra pastai, salumieri e macellai. In una gara a dimostrare che un cibo faccia più o meno bene rispetto all’altro. Mi astengo dal pronunciarmi in merito. Segnalo soltanto che la clessidra alimentare sposta l’attenzione nientemeno che sulla sostenibilità ambientale delle filiere della carne: l’emissione di anidride carbonica necessaria per produrre la quantità di carne mangiata settimanalmente in una dieta equilibrata è simile a quella che entra in gioco per la razione settimanale di frutta e ortaggi. Ora che lo so potrò dormire sicuramente più tranquillo…

Clessidra-Ambientale

Ma non è su questo che voglio soffermarmi. Mi interessa capire fino a che punto si spinga la pretesa dell’industria di rappresentare per intero le filiere in cui opera. Anche perché questo movimento si inserisce nelle grandi manovre in vista dell’ormai imminente Expo. Ma prima di tutto bisogna chiarirsi sul significato di filiera, altrimenti si rischia di alimentare l’equivoco. Ecco la definizione che ne dà il vocabolario Treccani:

F. produttiva, catena di passaggi produttivi che precedono l’arrivo della merce sullo scaffale del negozio (per es., nel settore della pasta secca, la filiera produttiva comprende la produzione di grano, la molitura, la produzione di pasta, il settore del confezionamento con film, inchiostri, adesivi, ecc., il magazzinaggio del prodotto finito, il trasporto fino alla vendita nei punti di distribuzione). Nel settore agroalimentare la legge, a tutela della salute del consumatore finale, impone alle aziende che appongono il marchio sul prodotto la capacità di rintracciare, in ogni momento, la filiera produttiva partendo dal codice di lotto stampato sulla confezione: con tracciabilità di f. si intende appunto la possibilità di ricostruire tutti i passaggi della produzione e il processo informativo che segue il prodotto da monte a valle (e con rintracciabilità di f. si intende la possibilità di ricostruire il processo inverso, utilizzando le informazioni distribuite lungo la filiera).

Ed ecco, infatti, due rappresentazioni di altrettante filiere, come se ne possono trovare a decine sul web. La prima si trova sul sito della centrale del latte di Roma, la seconda su quello della razza bovina valdostana.

Filiere latte e carne

Come si vede la rappresentazione della catena che porta dall’origine (la stalla) al consumo, inizia al di fuori dello stabilimento di trasformazione. E questo vale per tutti i prodotti che finiscono in tavola. La filiera della pasta inizia nel campo, quella delle carni nella stalla, come quella del latte e dei formaggi. Ma nell’interpretazione che ne dà l’industria, tutte le fasi precedenti la lavorazione nello stabilimento vengono obliterate. Cancellate, rimosse.

Non è un caso se nel maxi padiglione con cui la Federalimentare (assieme a Fiere di Parma) sarà presente all’Expo, battezzato «Cibus è Italia», la Confindustria del cibo mette al centro la ricostruzione di 15 filiere agroalimentari. C’è, in tutto questo, una tentazione assolutista che ricorda neppure tanto da lontano quella di Luigi XIV: «L’état c’est moi», «Lo stato sono io». In questo caso: «La filiera sono io».

Nel silenzio assordante e, ammettiamolo, anche un po’ imbarazzante di produttori agricoli e allevatori, che paiono impegnati a interpretare il ruolo loro assegnato dalla Pax renziana in vista dell’Expo. Liberi di protestare e rompere le scatole finché vogliono, senza però pestare i piedi a nessuno.

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2 Responses

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  1. Guido
    Mar 17, 2015 - 03:06 PM

    Caro Barbieri, leggo sempre con interesse i tuoi “pezzi” ma in questo caso non capisco per quale motivo rimproveri agli industriali della carne di rubare la scena agli allevatori. Da anni leggiamo che la carne inquina come un Suv e baggianate varie, mi pare legittimo che si difendano da animalisti, vegetariani che li accusano di tutti i mali del mondo. Semmai sono gli agricoltori che dovrebbero essere un po’ più proattivi e trattare questi temi, perche non chiedere ai grandi sindacati agricoli cosa pensano dell’allevamento, del presidio del territorio. Io credo che se i contributi al dibattito sono seri e scientifici abbiano tutti diritto di cittadinanza.
    Saluti cordiali.

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  2. Attilio Barbieri
    Mar 18, 2015 - 12:01 PM

    Caro Guido, purtroppo non è un caso se l’industria delle carni si intesta l’intera filiera che va dalla stalla al bancone del supermercato. La tendenza è proprio questa: obliterare tutto quel che viene prima del macello. Di sicuro gli allevatori hanno le loro responsabilità: chi non parla, soprattutto non protesta e non finisce sui giornali o in televisione, è come se non esistesse. Ma questo non autorizza gli anelli successivi della catena alimentare a parlare al posto loro.

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